KYRIE IRVING: UN DESTINO DA ETERNO SECONDO?

Quando si parla di Kyrie Irving non si può che non pensare a quel tiro all’ultimo minuto alle Finals del 2016, Cleveland campione e momenti impressi nella storia dello sport.  Questo  probabilmente è stato il momento della massima grandezza del nostro Uncle Drew che in quel momento caldo, ha deciso di prendersi probabilmente il tiro più pesante della sua carriera e lo ha messo, fronteggiando un certo Steph Curry, MVP all’unanimità della Regular Season appena conclusa.  Kyrie Irving però non è stato solo questo o perlomeno, la sua storia non si può limitare solo a questa giocata.

Kyrie si presenta alla Lottery con lo status di possibile prima scelta, nonostante il grave infortunio al ginocchio patito nella prima e unica stagione alla Duke University in cui disputa solamente 11 partite nelle quali registra una media punti di 17.5 in soli 27 minuti.  Kyrie nonostante l’operazione e tutti i dubbi che ne conseguono, dimostra di essere già pronto per il grande salto e i Cavs non se lo lasciano scappare.  Irving viene scelto con la scelta numero uno al Draft, precedendo atleti del calibro di Kawhi Leonard, Klay Thompson e Kemba Walker per citarne alcuni.

Uncle Drew approda a Cleveland insieme a Tristan Thompson (scelta numero 4 sempre in quel Draft) in una Cleveland ai minimi storici come qualità del Roster; basti pensare che la stagione precedente la squadra dell’Ohio chiuse con un record di 19-63 e ultimo posto nella Central Division.  La parole d’ordine per i Cavs è ripartire dai giovani, senza troppe aspettative nel breve periodo e lasciando maturare la propria linea verde.  I primi anni di Kyrie in maglia Cavs sono sopratutto ricchi di soddisfazioni personali, come la vittoria del Rookie of the Year nel 2011 o la vittoria all’All Star Game nella gara dei tiri da 3 nel 2013,  ma a livello di squadra, i risultati rimangono deludenti e non sembra esserci modo per cambiare rotta.

I piani e i programmi di Cleveland vengono però sconvolti (positivamente) nella OffSeason 2014, quando Sua Maestà Lebron James decide di tornare a casa sua e con un’unica missione: portare l’anello in Ohio.  La storia è recente e ne sapete tutti il finale: la Mission di Lebron viene completata in quei magici Playoff 2016, ribaltando la serie con i Golden State Warriors e consacrandosi come uno dei migliori della storia della palla a spicchi.  L’altro lato della medaglia però ha il viso di Kyrie Irving, che dopo anni da leader tecnico della squadra, si ritrova sempre più all’ombra del Re e di fronte a sua Maestà, è inevitabile chi sia il numero 2.

Passa un anno dal titolo vinto e dopo le Finals del 2017, vinte nettamente dagli Warriors, Kyrie comincia a palesare pubblicamente dei malumori, relativi proprio allo status di “Seconda Stella” e insistendo sull’essere scambiato ad un’altra franchigia.  Irving vuole essere la prima scelta e vuole vincere, ma a suo modo.

Dopo un’estate passata a meditare sul suo futuro, il 31 agosto 2o17  Kyrie si trasferisce a Boston, in cambio di Isaiah Thomas, Ante Zizic e Joe Crowder.  Ai Celtics Irving trova il terreno giusto per ripartire come leader ,imporsi come vera e propria SuperStar e competere per il titolo sin da subito.  Il play chiude la stagione con 24.4 punti, 3.8 rimbalzi e 5.1 assist di media aiutando Boston a raggiungere il secondo posto alle spalle dei Toronto Raptors e quindi l’accesso ai Playoff.  Irving per l’intera stagione ha guidato la franchigia a suon di grandi prestazioni e giostrando un team ricco di talento, ma a 10 giorni dalla PostSeason, il play deve fermarsi per l’ennesimo infortunio al ginocchio: stagione conclusa.

Boston sembra spacciata e pronta a salutare i Playoff in netto anticipo rispetto alle aspettative iniziali, ma proprio nel momento peggiore, coach Brad Stevens riesce a trovare l’ennesima intuizione della stagione dando le chiavi della squadra al rookie Jayson Tatum, già colonna portante della squadra.  La giovane ala veniva da una stagione più che positiva risultando uno specialista da dietro l’arco e dimostrando le sue enorme qualità ad ogni match e grazie ai suoi 13.5 punti di media viene candidato al Rookie of Year, vinto poi da Ben Simmons.  Jayson guida Boston fino in finale di Conference dove trova, come l’anno precedente i Cleveland Cavaliers.

Boston esce in Gara 7, ma l‘NBA scopre una nuova stella ed ha la maglia numero 0: con una padronanza nei propri mezzi tecnici e una maturità cestitistica da veterano, Tatum conquista tifosi e appassionati che lo vedono come prossimo volto della NBA dei prossimi 10 anni.  Ciò che stupisce di questo ragazzo è la qualità di saper fare la scelta giusta al momento giusto, un tempismo nelle scelte a volte disarmante, non da un rookie.  Jayson a differenza di tanti suoi colleghi, non palesa particolari mancanze o difetti, dimostrandosi competitivo e “pronto” sia in fase difensiva che in fase offensiva, dimostrandosi un vero e proprio cecchino.

Boston è pronta ad affrontare la nuova stagione, ma con la convinzione di avere un’ulteriore stella in casa e di potersi giocare il titolo anche con i temutissimi Golden State Warriors.  E qui, come a Cleveland, Kyrie si potrebbe trovare nell’ennesima situazione di dover fronteggiare un altro possibile numero 1.  Di fronte non ha più il giocatore più forte del pianeta e il confronto sembrerebbe decisamente meno impari, ma l’ascesa repentina del giovane Tatum potrebbe minare le certezze di Uncle Drew.  E’ sotto gli occhi di tutti il talento cristallino del rookie, le sue innumerevoli qualità a soli 20 anni e la freddezza di uno che pare un predestinato. Kobe l’estate scorsa lo ha preso sotto la sua ala e ha già avuto parole al miele per il ragazzo.

Cosa ne sarà quindi del futuro di Kyrie Irving? Riuscirà ad esaudire il desiderio di essere il numero 1?  Il suo contratto scade a fine anno e tanto sembra dipendere da questa cruciale stagione.

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